Alle origini dei grandi rivolgimenti politici dell’Europa orientale è stata l’elezione, nel 1985, di Mikail Gorbaciov a segretario del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Socùvietica). Infatti spetta a Gorbaciov il merito di aver rinunciato al principio della sovranità limitata sugli stati comunisti dell’Europa orientale, in base alla quale l’Unione Sovietica si sentiva autorizzata a intervenire, anche militarmente, quando si profilava il pericolo che fosse minacciato il potere comunista in uno stato soggetto alla sua influenza. La politica di Gorbaciov ha ridato fiato agli stati satelliti. Nel settembre 1989 in Polonia, nacque un governo formato non soltanto dai comunisti. Contemporaneamente i comunisti della Germania Est lasciarono il potere ai riformisti a tra il 9 e il 10 novembre 1989 migliaia di tedeschi abbatterono il muro. Si trattava di un muro che nel 1956 il governo della Germania Est aveva fatto costruire lungo il confine tra i due settori di Berlino per impedire ai suoi cittadini di sfuggire nella Germania dell’Ovest. Dall’apertura delle frontiere alla riunificazione delle due Germanie il percoso è stato breve e rapido il primo luglio 1990 è entrata in vigore l’unificazione economica e monetaria e finalmente, il 3 ottobre, è stata proclamata l’unificazione politica. La strada della riconquistata democrazia non risulta facile per questi popoli. Sottomessi per decenni a un regime autoritario e quindi non abituati alla partecipazione attiva alla vita politica. Così si comprende il ritono al potere, in seguito ad elezioni, degli ex-partiti comunisti. Con la caduta dei regimi comunisti, le nuove autorità hanno deciso di vendere ai privati le aziende agricole e le industrie statali. Ma la privatizzazione delle imprese statali è un operazione difficile, perché spesso si tratta di aziende poco efficienti o addirittura improduttive. Gorbaciov ha cercato di riformare dall’interno lo Stato, cioè di correggere gradualmente i principali aspetti negativi del sistema comunista. Rendendosi conto degli immensi problemi del suo paese, ha cercato di riformare il sistema comunista, redendo meno rigido il controllo sull’economia e concedendo libertà civili e religiose. Ha dato inizio a una nuova fase della politica internazionale, caratterizzata dalla conclusione definitiva della rivalità militare con gli Stati Uniti e dal progressivo disarmo atomico. Ma nel giro di pochi giorni la prudione agricola e industriale ha subito un gravissimo crollo. Così nell’agosto 1991 i conservatori tentarono un colpo di stato e destituirono Gorbaciov. Il colpo di stato guidato dal radicale Boris Eltsin fallì. Nel dicembre 1991 così i presidenti delle repubbliche sovietiche, ad eccezione di quelle baltiche che si erano proclamate indipendenti, sciolsero l’Unione Sovietica. Il 21 dicembre del 1991 ad Alma Ata, la capitale del Kazakistan, i dirigenti di undici repubbliche (Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Armenia, Azerbajdzan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tadzikistan, Kazakistan e Kirghistan) hanno proclamato ufficialemente la fine dell’Unione Sovietica e hanno dato vita alla Confederazione degli Stati Indipendenti (CSI). Con il crollo dell’Unione Sovietica la guerra fredda è veramente finita.
Con il crollo dell'Unione Sovietica la guerra fredda è veramente finita. La pace però resta in molti casi un obiettivo da conquistare. La fine della guerra fredda ha visto l'emergere di molti conflitti locali, che non sembrano in grado di trascinare il pianeta nel baratro di una guerra mondiale. Dietro i conflitti locali non si nasconde più il contrasto tra le due superpotenze. Anzi USA ed ex-URSS sembrano disponibili a collaborare, come è avvenuto in occasione della guerra del Golfo (1990-1991).
La causa della guerra è stata la volontà espansionistica dell'Iraq, guidata dal dittatore Saddam Hussein. Nell'agosto 1990, infatti, l'Iraq invase il Kuwait. Successivamente Saddam Hussein respinse l'invito dell'ONU a lasciare il paese occupato. Decise a controllare in un'area così delicata per la produzione petrolifera, le nazioni occidentali, insieme ad alcuni paesi arami moderati, si preparono all'attacco, sotto le bandiere dell'ONU. L’ONU condanna l’invasione irachena, minacciando in un primo momento l’embargo economico nei confronti dell’Iraq e successivamente intimando il ritiro delle truppe dal Kuwait entro il 15 gennaio 1991. In un crescendo continuo di tensione politica e mobilitazione diplomatica e militare, gli USA decidono la spedizione di un contingente di circa quattrocentomila uomini in Arabia Saudita, stato confinante con Iraq e Kuwait, ottenendo come risposta il trattenimento come ostaggi in Iraq di molti cittadini dei Paesi occidentali. A ventiquattro ore dallo scadere dell’ultimatum imposto dall’ONU, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, la forza multinazionale militare organizzata attorno agli USA inizia a bombardare zone dell’Iraq e obiettivi militari del Kuwait occupato, mentre gli iracheni rispondono lanciando missili su Arabia Saudita e Israele. Dopo un mese e dieci giorni di bombardamenti aerei quotidiani e continui su Iraq e Kuwait, alla fine di febbraio cominciano le operazioni di terra. Nel giro di poche settimane l’esercito iracheno è costretto a ritirarsi dalle zone occupate, con una perdita notevole di vite umane e lasciando migliaia di prigionieri. Smentendo le previsioni e resistendo a molteplici pressioni politiche interne e internazionali il presidente americano Bush, regista dell’intera operazione di intervento occidentale nel Golfo, dopo il ritiro iracheno, decide di bloccare l’offensiva della forza multinazionale, senza intervenire direttamente in Iraq: il 28 febbraio il Kuwait è tornato libero, ma Saddam Hussein è rimasto al suo posto.
Molti osservatori occidentali, e la stessa opinione pubblica, erano convinti che, caduto il muro di Berlino, dissolto l’Urss, indette libere elezioni in tutti i paesi ex comunisti, il passaggio alla democrazia liberale e all’economia di mercato sarebbe stato rapido e sostanzialmente indolore. La realtà si è mostra più complessa e drammatica. Dal punto di vista economico, il passaggio all’economia di mercato (privatizzazione delle imprese, liberalizzazioni dei prezzi, apertura verso l’estero) ha avuto gravi conseguenze immediate: caduta delle esportazioni e balzo delle importazioni, con conseguente passivo delle bilance dei pagamenti; inflazione e svalutazione della moneta; crescita del debito estero; rallentamento del prodotto interno lordo e della produzione industriale; chiusura di stabilimenti, linceziamenti e forti dazi di dissocupazione.
Il vuoto politico creato dal crollo dell’Unione Sovietica ha poi aperto uno scenario di instabilità, caratterizzata dall’emergere di nuove aspirazioni nazionali e di sanguinosi conflitti interetnici. Ciò è accaduto sia negli stati multietnici nati dopo la prima guerra mondiale dalla dissoluzione degli imperi asburgico e ottomano, sia nell’ex-Urss, che aveva ereditato le compagine multinazionale dall’impero zarista. Caduto il governo centrale sovietico, conflitti a lungo sopiti sono riesposi. La stessa Russia una repubblica federativa multietnica, il governo guidato da Eltsin ha tentato di reprimere ogni tendenza separatista all’interno: l’episodio più grave è stata la sanguinosa guerra per riconquistare la Cecenia, che aveva dichiarato la propria indipendenza da Mosca (guerra conclusasi dopo un faticoso compromesso alla metà del 1996).
Dopo il 1945 Tito, capo della Resistenza, aveva rinsaldato i legami tra i popoli dell'ex Jugoslavia, malgrado le violenze commesse durante la guerra, in particolare dagli ustascia croati e dai cetnici serbi. Dimostrando l'assurdità della tesi dell'odio ancestrale, Tito ha scommesso sulla coesione.
Diceva: "La Jugoslavia ha sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo partito".
Dopo la sua morte, nel 1980, venne meno anche l'autorità del partito comunista, che aveva saputo tener testa all'Unione sovietica e costruire la "patria dell'autogestione operaia". Il principio di una presidenza a rotazione, della durata di un anno, attribuita a turno a ciascuna delle sei repubbliche, indebolì la Federazione. A tutto questo è venuta ad aggiungersi la crisi del debito estero, che ha provocato migliaia di scioperi e forti tensioni tra le regioni ricche (Slovenia e Croazia) e le altre. Così, all’inizio degli anni Novanta all’interna della confederazione iugoslava si fece sempre più rilevante il nazionalismo: nel 1991 la Slovenia e la Croazia si dichiararono indipendenti, l’anno successivo Macedonia e Bosnia-Erzegovina.
Serbia e Montenegro invece decisero di proseguire federate, dandosi una nuova costituzione e accarezzando apertamente mire espansionistiche verso i territori delle ex-consociate. Quando, nel 1989, in occasione del sesto centenario della sconfitta serba da parte dei turchi, Slobodan Milosevic pronunciò nel Kosovo un discorso carico d'odio davanti a un milione di persone, suscitò una fiammata di fanatismo nazionalista. Altri demagoghi Franjo Tudjman in Croazia e Alja Izetbegovic in Bosnia risposero con toni altrettanto razzisti. Gli scontri, di inaudita ferocia, sono iniziati tra Croati e Serbi, i quali dichiararono di sostenere la minoranza serba in Croazia, e successivamente sono scoppiati nella Bosnia-Erzegovina tra Serbi, Croati e Bosniaci. Nella primavera del 1992 nella Bosnia-Erzegovina, la guerra civile vide contrapporsi le milizie serbe e croate (i cui rispettivi governi progettavano di spartirsi la regione) e quelle musulmane, in un crescendo di violenze, di crudeltà e di massacri (particolarmente efferate sono state le operazioni di pulizia etnica condotte dai serbi di Bosnia), che hanno investito e sconvolto la popolazione civile. L'Unione europea si rivelò immatura e incapace di cogliere l'occasione per affermarsi, sul suo stesso continente, come una potenza capace di imporre la pace, se necessario con la forza. Per cercare di imporre una tregua alle fazioni in lotta, e soprattutto per bloccare i massacri nelle città nelle città bosniache, l’ONU ha inviato un contigente militare, che ha insediato il proprio quartiere generale a Sarajevo. Ma nonostante la presenza dei caschi blu, le truppe dell’Onu, la guerra è continuata. L’ONU deliberò un embargo commerciale, prolifero e aereo, alla Serbia, sospese nel 1995. Solo a seguito di un più deciso intervento della comunità internazionale si è giunti nel 1995 a un accordo di pace, che fa della Bosnia-Erzegovina uno stato unitario, ma composti di due parti di estensioni quasi equivalenti, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serbo-bosniaca. Il governo di Belgrado normalizzò le relazioni con le ex-consociate. Nel luglio 1997 il parlamento federale elesse presidente della repubblica Milosevic. Il principale ostacolo al raggiungimento della pace è costituito dalla difficoltà di tracciare i confini nella Bosnia-Erzegovina, dove le tre comunità da tempo vivono mescolate.
Il Kosovo, la cui popolazione è costituita per il 90% da albanesi (musulmani e di discendenza non slava) è una regione povera e sovrappopolata. La costituzione del 1984 le aveva concesso lo statuto di provincia in seno alla Serbia, con un grado di autonomia che la assimilava a una repubblica, dotata di diritto di veto. Questo statuto fu abolito da Slobodan Milosevic nel 1989. I kosovari, privati dei loro diritti, hanno inoltre subito gli attacchi di gruppi fascistoidi provenienti da Belgrado, sostenuti dalla polizia e dall'esercito, che cercavano di provocare un esodo di massa. A fronte di questi eventi, la strategia della Lega democratica del Kosovo di Ibrahim Rugova eletto presidente della repubblica in occasione di elezioni dichiarate illegali da Belgrado consisteva nel costruire pacificamente una società parallela, con l'obiettivo di sostituirsi allo stato. Ma una formazione assai più radicale, l'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), emersa in piena luce da circa un anno, moltiplica gli attentati e reclama l'indipendenza.
Un intervento militare da parte della NATO nel marzo 1998. La guerra durò 77 giorni. L’8 giugno il vertice dei ministri del G8, riunita a Colonia, definì i punti dell’accordo di pace, che prevedeva l’impegno dei paesi membri dell’ONU nella salvaguardia dell’integrazione iugoslava. Sotto la minaccia degli attacchi aerei della Nato, Milosevic ha firmato, nell'ottobre 1998, un accordo con il quale si impegna a ritirare il proprio esercito e autorizza l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (Osce) a insediare nella regione la Missione di verifica del Kosovo (Mvk) con circa 1600 osservatori non armati. Ma questo accordo non ha impedito che nel gennaio scorso si verificasse una nuova esplosione di violenza. L'Unione europea ha giustamente rifiutato l'indipendenza del Kosovo. Sarebbe irresponsabile incoraggiare il frazionamento dell'Europa in micro-stati, e soffiare sul fuoco nella regione (un altro focolaio è quello della Macedonia, la cui popolazione comprende una minoranza albanese del 30%). Ma l'Ue ha anche ragione di esigere che Belgrado revochi l'abolizione dello statuto del Kosovo. Il 26 settembre 2000 si svolgevano elezioni presidenziali, che vedevano le vittorie di Kostuma, avversario di Milosevic. Nel 2002 Serbia e Montenegro stipulavano un accordo di federazione, che dava vita a una nuova entità statuale con un unico presidente, un parlamento e un Consiglio dei ministri federale. L'accordo include anche il mantenimento del seggio unico alle Nazioni Unite e la futura adesione all'UE. Il nome del nuovo Stato è Serbia e Montenegro, con l'eliminazione del nome Iugoslavia. Nel febbraio 2003 il parlamento iugoslavo approvava la costituzione della nuova unione all'interno della quale le due repubbliche avranno in comune difesa e politica estera, ma non la valuta.
Drammatico e sanguinoso fu anche il corso degli avvenimenti in Romania, dove il segretario comunista Ceausescu aveva costruito una dittatura personale. Qui la protesta, duramente repressa, sfociò in una guerra civile, con migliaia di morti in tutto il paese. La vigilia di Natale del 1989 Ceausescu e la moglie Elena vennero catturati e giustiziati al termine di un processo sommario trasmesso in diretta televisiva.
In Ungheria e in Bulgaria la crisi del regime e la transizione a un nuovo assetto politico avvennero senza scosse violente.
La Cecoslovacchia dovette subire il problema della coesistenza fra le regioni boeme e quelle slovacche. A differenza di quanto accadde in altre regioni d’Europa, il dissidio venne risolto senza conflitti: l’1 gennaio 1993 il paese si divise formalmente in due stati sovrani, la repubblica ceca e la repubblica Slovacca.
Con il crollo dell'Unione Sovietica la guerra fredda è veramente finita. La pace però resta in molti casi un obiettivo da conquistare. La fine della guerra fredda ha visto l'emergere di molti conflitti locali, che non sembrano in grado di trascinare il pianeta nel baratro di una guerra mondiale. Dietro i conflitti locali non si nasconde più il contrasto tra le due superpotenze. Anzi USA ed ex-URSS sembrano disponibili a collaborare, come è avvenuto in occasione della guerra del Golfo (1990-1991).
La causa della guerra è stata la volontà espansionistica dell'Iraq, guidata dal dittatore Saddam Hussein. Nell'agosto 1990, infatti, l'Iraq invase il Kuwait. Successivamente Saddam Hussein respinse l'invito dell'ONU a lasciare il paese occupato. Decise a controllare in un'area così delicata per la produzione petrolifera, le nazioni occidentali, insieme ad alcuni paesi arami moderati, si preparono all'attacco, sotto le bandiere dell'ONU. L’ONU condanna l’invasione irachena, minacciando in un primo momento l’embargo economico nei confronti dell’Iraq e successivamente intimando il ritiro delle truppe dal Kuwait entro il 15 gennaio 1991. In un crescendo continuo di tensione politica e mobilitazione diplomatica e militare, gli USA decidono la spedizione di un contingente di circa quattrocentomila uomini in Arabia Saudita, stato confinante con Iraq e Kuwait, ottenendo come risposta il trattenimento come ostaggi in Iraq di molti cittadini dei Paesi occidentali. A ventiquattro ore dallo scadere dell’ultimatum imposto dall’ONU, nella notte tra il 16 e il 17 gennaio, la forza multinazionale militare organizzata attorno agli USA inizia a bombardare zone dell’Iraq e obiettivi militari del Kuwait occupato, mentre gli iracheni rispondono lanciando missili su Arabia Saudita e Israele. Dopo un mese e dieci giorni di bombardamenti aerei quotidiani e continui su Iraq e Kuwait, alla fine di febbraio cominciano le operazioni di terra. Nel giro di poche settimane l’esercito iracheno è costretto a ritirarsi dalle zone occupate, con una perdita notevole di vite umane e lasciando migliaia di prigionieri. Smentendo le previsioni e resistendo a molteplici pressioni politiche interne e internazionali il presidente americano Bush, regista dell’intera operazione di intervento occidentale nel Golfo, dopo il ritiro iracheno, decide di bloccare l’offensiva della forza multinazionale, senza intervenire direttamente in Iraq: il 28 febbraio il Kuwait è tornato libero, ma Saddam Hussein è rimasto al suo posto.
Molti osservatori occidentali, e la stessa opinione pubblica, erano convinti che, caduto il muro di Berlino, dissolto l’Urss, indette libere elezioni in tutti i paesi ex comunisti, il passaggio alla democrazia liberale e all’economia di mercato sarebbe stato rapido e sostanzialmente indolore. La realtà si è mostra più complessa e drammatica. Dal punto di vista economico, il passaggio all’economia di mercato (privatizzazione delle imprese, liberalizzazioni dei prezzi, apertura verso l’estero) ha avuto gravi conseguenze immediate: caduta delle esportazioni e balzo delle importazioni, con conseguente passivo delle bilance dei pagamenti; inflazione e svalutazione della moneta; crescita del debito estero; rallentamento del prodotto interno lordo e della produzione industriale; chiusura di stabilimenti, linceziamenti e forti dazi di dissocupazione.
Il vuoto politico creato dal crollo dell’Unione Sovietica ha poi aperto uno scenario di instabilità, caratterizzata dall’emergere di nuove aspirazioni nazionali e di sanguinosi conflitti interetnici. Ciò è accaduto sia negli stati multietnici nati dopo la prima guerra mondiale dalla dissoluzione degli imperi asburgico e ottomano, sia nell’ex-Urss, che aveva ereditato le compagine multinazionale dall’impero zarista. Caduto il governo centrale sovietico, conflitti a lungo sopiti sono riesposi. La stessa Russia una repubblica federativa multietnica, il governo guidato da Eltsin ha tentato di reprimere ogni tendenza separatista all’interno: l’episodio più grave è stata la sanguinosa guerra per riconquistare la Cecenia, che aveva dichiarato la propria indipendenza da Mosca (guerra conclusasi dopo un faticoso compromesso alla metà del 1996).
Dopo il 1945 Tito, capo della Resistenza, aveva rinsaldato i legami tra i popoli dell'ex Jugoslavia, malgrado le violenze commesse durante la guerra, in particolare dagli ustascia croati e dai cetnici serbi. Dimostrando l'assurdità della tesi dell'odio ancestrale, Tito ha scommesso sulla coesione.
Diceva: "La Jugoslavia ha sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo partito".
Dopo la sua morte, nel 1980, venne meno anche l'autorità del partito comunista, che aveva saputo tener testa all'Unione sovietica e costruire la "patria dell'autogestione operaia". Il principio di una presidenza a rotazione, della durata di un anno, attribuita a turno a ciascuna delle sei repubbliche, indebolì la Federazione. A tutto questo è venuta ad aggiungersi la crisi del debito estero, che ha provocato migliaia di scioperi e forti tensioni tra le regioni ricche (Slovenia e Croazia) e le altre. Così, all’inizio degli anni Novanta all’interna della confederazione iugoslava si fece sempre più rilevante il nazionalismo: nel 1991 la Slovenia e la Croazia si dichiararono indipendenti, l’anno successivo Macedonia e Bosnia-Erzegovina.
Serbia e Montenegro invece decisero di proseguire federate, dandosi una nuova costituzione e accarezzando apertamente mire espansionistiche verso i territori delle ex-consociate. Quando, nel 1989, in occasione del sesto centenario della sconfitta serba da parte dei turchi, Slobodan Milosevic pronunciò nel Kosovo un discorso carico d'odio davanti a un milione di persone, suscitò una fiammata di fanatismo nazionalista. Altri demagoghi Franjo Tudjman in Croazia e Alja Izetbegovic in Bosnia risposero con toni altrettanto razzisti. Gli scontri, di inaudita ferocia, sono iniziati tra Croati e Serbi, i quali dichiararono di sostenere la minoranza serba in Croazia, e successivamente sono scoppiati nella Bosnia-Erzegovina tra Serbi, Croati e Bosniaci. Nella primavera del 1992 nella Bosnia-Erzegovina, la guerra civile vide contrapporsi le milizie serbe e croate (i cui rispettivi governi progettavano di spartirsi la regione) e quelle musulmane, in un crescendo di violenze, di crudeltà e di massacri (particolarmente efferate sono state le operazioni di pulizia etnica condotte dai serbi di Bosnia), che hanno investito e sconvolto la popolazione civile. L'Unione europea si rivelò immatura e incapace di cogliere l'occasione per affermarsi, sul suo stesso continente, come una potenza capace di imporre la pace, se necessario con la forza. Per cercare di imporre una tregua alle fazioni in lotta, e soprattutto per bloccare i massacri nelle città nelle città bosniache, l’ONU ha inviato un contigente militare, che ha insediato il proprio quartiere generale a Sarajevo. Ma nonostante la presenza dei caschi blu, le truppe dell’Onu, la guerra è continuata. L’ONU deliberò un embargo commerciale, prolifero e aereo, alla Serbia, sospese nel 1995. Solo a seguito di un più deciso intervento della comunità internazionale si è giunti nel 1995 a un accordo di pace, che fa della Bosnia-Erzegovina uno stato unitario, ma composti di due parti di estensioni quasi equivalenti, la Federazione croato-musulmana e la Repubblica serbo-bosniaca. Il governo di Belgrado normalizzò le relazioni con le ex-consociate. Nel luglio 1997 il parlamento federale elesse presidente della repubblica Milosevic. Il principale ostacolo al raggiungimento della pace è costituito dalla difficoltà di tracciare i confini nella Bosnia-Erzegovina, dove le tre comunità da tempo vivono mescolate.
Il Kosovo, la cui popolazione è costituita per il 90% da albanesi (musulmani e di discendenza non slava) è una regione povera e sovrappopolata. La costituzione del 1984 le aveva concesso lo statuto di provincia in seno alla Serbia, con un grado di autonomia che la assimilava a una repubblica, dotata di diritto di veto. Questo statuto fu abolito da Slobodan Milosevic nel 1989. I kosovari, privati dei loro diritti, hanno inoltre subito gli attacchi di gruppi fascistoidi provenienti da Belgrado, sostenuti dalla polizia e dall'esercito, che cercavano di provocare un esodo di massa. A fronte di questi eventi, la strategia della Lega democratica del Kosovo di Ibrahim Rugova eletto presidente della repubblica in occasione di elezioni dichiarate illegali da Belgrado consisteva nel costruire pacificamente una società parallela, con l'obiettivo di sostituirsi allo stato. Ma una formazione assai più radicale, l'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), emersa in piena luce da circa un anno, moltiplica gli attentati e reclama l'indipendenza.
Un intervento militare da parte della NATO nel marzo 1998. La guerra durò 77 giorni. L’8 giugno il vertice dei ministri del G8, riunita a Colonia, definì i punti dell’accordo di pace, che prevedeva l’impegno dei paesi membri dell’ONU nella salvaguardia dell’integrazione iugoslava. Sotto la minaccia degli attacchi aerei della Nato, Milosevic ha firmato, nell'ottobre 1998, un accordo con il quale si impegna a ritirare il proprio esercito e autorizza l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea (Osce) a insediare nella regione la Missione di verifica del Kosovo (Mvk) con circa 1600 osservatori non armati. Ma questo accordo non ha impedito che nel gennaio scorso si verificasse una nuova esplosione di violenza. L'Unione europea ha giustamente rifiutato l'indipendenza del Kosovo. Sarebbe irresponsabile incoraggiare il frazionamento dell'Europa in micro-stati, e soffiare sul fuoco nella regione (un altro focolaio è quello della Macedonia, la cui popolazione comprende una minoranza albanese del 30%). Ma l'Ue ha anche ragione di esigere che Belgrado revochi l'abolizione dello statuto del Kosovo. Il 26 settembre 2000 si svolgevano elezioni presidenziali, che vedevano le vittorie di Kostuma, avversario di Milosevic. Nel 2002 Serbia e Montenegro stipulavano un accordo di federazione, che dava vita a una nuova entità statuale con un unico presidente, un parlamento e un Consiglio dei ministri federale. L'accordo include anche il mantenimento del seggio unico alle Nazioni Unite e la futura adesione all'UE. Il nome del nuovo Stato è Serbia e Montenegro, con l'eliminazione del nome Iugoslavia. Nel febbraio 2003 il parlamento iugoslavo approvava la costituzione della nuova unione all'interno della quale le due repubbliche avranno in comune difesa e politica estera, ma non la valuta.
Drammatico e sanguinoso fu anche il corso degli avvenimenti in Romania, dove il segretario comunista Ceausescu aveva costruito una dittatura personale. Qui la protesta, duramente repressa, sfociò in una guerra civile, con migliaia di morti in tutto il paese. La vigilia di Natale del 1989 Ceausescu e la moglie Elena vennero catturati e giustiziati al termine di un processo sommario trasmesso in diretta televisiva.
In Ungheria e in Bulgaria la crisi del regime e la transizione a un nuovo assetto politico avvennero senza scosse violente.
La Cecoslovacchia dovette subire il problema della coesistenza fra le regioni boeme e quelle slovacche. A differenza di quanto accadde in altre regioni d’Europa, il dissidio venne risolto senza conflitti: l’1 gennaio 1993 il paese si divise formalmente in due stati sovrani, la repubblica ceca e la repubblica Slovacca.
