Tra il 1943 e il 1945, nel corso delle tre conferenze di pace (Teheran, Yalta e Potsdam), le potenze vincitrici, nel decidere sul futuro assetto del pianeta a guerra conclusa, stabilirono la divisione del mondo in zone d’influenza. Una “cortina di ferro”, così definita da Churchill, attraversava l’Europa da Strettino a Trieste dividendola in due blocchi distinti e contrapposti.
Questa “spartizione” fu possibile per due ragioni principali:
1. USA e URSS erano a tutti gli effetti due superpotenze; avevano economie e risorse di gran lunga superiori a quelle di qualsiasi altro Paese in quel momento. Entrambe, inoltre, avevano la stessa necessità di mantenere questa loro posizione di preminenza sia con la logica di potenza, sia espandendo i loro rispettivi sistemi economici.
2. USA e URSS avevano una visione del mondo completamente diversa, evidenziata da sistemi politici ed economici opposti: capitalista l’uno e comunista l’altro.
Gli USA si presentavano al mondo come il regno della libertà e della democrazia. In essi, e nei Paesi alleati o facenti comunque parte della sua sfera di influenza, il sistema economico era quello capitalistico, contraddistinto dalla libera iniziativa individuale e dalla libera concorrenza. Il sistema politico era democratico e improntato alla difesa delle libertà individuali e dei diritti umani.
Gli Stati Uniti erano usciti dalla seconda guerra mondiale rafforzati: la loro capacità produttiva era aumentata grazie alla produzione bellica, avevano la più potente marina ed aviazione militare del mondo e la loro supremazia militare era garantita dal possesso della bomba atomica.
Nel dopoguerra l’influenza degli USA si esercitò, in forme e con intensità differenti, in America latina, in Giappone, nelle Filippine, nel Pacifico, in diversi paesi dell’Africa e dell’Asia e in tutte le democrazie occidentali dell’Europa. L’egemonia americana si consolidò con azioni di intervento diretto o, più spesso, indiretto nella vita politica degli stati, nelle relazioni internazionali, nelle scelte economiche.
Il democratico Harry Truman, durante la sua presidenza (1945-1953), s’impegnò a sostenere militarmente e finanziariamente i governi minacciati dal comunismo, con la cosiddetta Dottrina di Truman (chiamata anche “containment”); in essa si collocarono sia il Patto Atlantico, alleanza militare di tipo difensivo con la quale si costituì una forza militare integrata sotto il comando americano, la NATO, sia il Piano Marshall.
Il Piano Marshall era un programma di aiuti economici elaborato dal segretario di stato statunitense Marshall e proposto, nel 1947, con il nome di European
Recovery Program (Programma di Ricostruzione Europea); esso fu varato dal governo degli Stati Uniti per favorire la ripresa economico-finanziaria delle nazioni europee devastate dalla seconda guerra mondiale. Si trattava di una necessità prioritaria per gli stessi Stati Uniti, perché un’Europa in ripresa avrebbe potuto divenire un vasto mercato per l’economia americana. Il programma di assistenza presentava anche un risvolto politico essendo finalizzato a rafforzare i legami di fedeltà con i paesi dell’Europa occidentale, in primo luogo con quelli nei quali i partiti comunisti avevano ottenuto alte percentuali di voti alle prime elezioni del dopoguerra (Italia e Francia).
Recovery Program (Programma di Ricostruzione Europea); esso fu varato dal governo degli Stati Uniti per favorire la ripresa economico-finanziaria delle nazioni europee devastate dalla seconda guerra mondiale. Si trattava di una necessità prioritaria per gli stessi Stati Uniti, perché un’Europa in ripresa avrebbe potuto divenire un vasto mercato per l’economia americana. Il programma di assistenza presentava anche un risvolto politico essendo finalizzato a rafforzare i legami di fedeltà con i paesi dell’Europa occidentale, in primo luogo con quelli nei quali i partiti comunisti avevano ottenuto alte percentuali di voti alle prime elezioni del dopoguerra (Italia e Francia). Il Piano Marshall fu adottato da 16 Stati europei, compresa l’Italia. Fu invece rifiutato dall’URSS che lo denunciò come manovra imperialistica, costringendo ad allinearsi alle sue decisioni i paesi dell’Europa centro-orientale rientranti nella propria orbita, comprese Cecoslovacchia e Polonia che in un primo tempo lo avevano accettato. Il Piano Marshall approfondì in tal modo la divisione dell’Europa, rafforzando la supremazia degli USA sulla parte occidentale e spingendo l’URSS a consolidare la propria egemonia su quella cenro-orientale.
In questi anni la politica interna americana risentì di un clima di sospetto e intolleranza verso il comunismo, che portò all’attuazione, da parte del governo USA, di una linea politica tendente all’arretramento del comunismo nel mondo, il “roll-back”. Iniziò nel 1940 una campagna anticomunista: fu scatenata una “caccia alle streghe” che sconvolse la vita politica e culturale americana, il maccartismo. Esso prese il nome dal suo promotore, il senatore Joseph McCarthy (egli era a capo della Commissione per le attività antiamericane, che indagava sull’infiltrazione e influenza dei comunisti nelle istituzioni statali), e colpì chiunque si discostasse dal conformismo dominante, soprattutto artisti, intellettuali e sindacalisti.
L’URSS si presentava al mondo come il regno della democrazia socialista e dell’uguaglianza reale fra i suoi cittadini. Il suo sistema economico era completamente diretto dallo stato, unico e solo proprietario legittimo per conto di tutti. Ogni iniziativa economica era diretta dalla burocrazia statale, e quasi tutti i cittadini erano dipendenti dello stato.
L’Unione Sovietica era uscita dalla seconda guerra mondiale notevolmente provata: 18 milioni di morti, molte città distrutte e tutte le sue regioni europee invase dalla Germania. Riuscì comunque ad affermarsi a livello mondiale grazie alla forza del suo grande esercito, “l’armata rossa”, grazie alla ferrea disciplina imposta da Stalin e grazie allo sfruttamento dei territori occupati.
Fin dal 1945, infatti, l’URSS avviò una politica di sfruttamento sistematico dei paesi occupati, volta a ricostruire e accelerare lo sviluppo del sistema industriale sovietico. Furono quindi imposte pesantissime riparazioni agli ex alleati della Germania (Ungheria, Romania e Bulgaria). Il suo potere derivò inoltre dal grande appoggio di tutti i partiti comunisti del mondo e dalle speranze d’indipendenza che essa alimentava in tutti i paesi ancora soggetti al regime coloniale.
La massiccia presenza dell’armata rossa, anche dopo la fine del conflitto, determinò l’imposizione russa, attraverso elezioni o con atti di forza, di governi comunisti filo-sovietici in Europa orientale (Polonia, Bulgaria, Ungheria, Romania e Cecoslovacchia) ed in Asia. L’unico stato a resistere alla pressione sovietica fu la Jugoslavia, paese nel quale la sconfitta del regime filonazista e la cacciata dei tedeschi erano state conseguite con l’azione decisiva degli eserciti di
partigiani; tale resistenza fu resa possibile dall’adozione di un regime socialista dai connotati antistaliniani, sotto la guida del suo presidente Tito.
I governi filo-sovietici erano uniti alla “madre Russia” mediante organizzazioni politiche, (Cominform), economiche, (Comecon), e militari, (Patto di Varsavia).
Il Cominform era una sorta di riedizione della terza Internazionale (che si era sciolta nel 1943 in omaggio all’alleanza antifascista), ed il suo scopo era quello di coordinare l’azione di tutti i partiti comunisti europei. Fondato nel 1947 dai rappresentanti dei partiti comunisti dei paesi dell’Europa orientale, di Francia ed Italia, il Cominform divenne lo strumento tipico della contrapposizione tra blocco comunista e blocco occidentale. Il Cominform venne però sciolto nel 1956 con l’avvio della politica di coesistenza pacifica avviata dal leader sovietico Kruscev.
Grazie al Comecon, invece, l’URSS si assicurò il controllo delle economie dei paesi da lei occupati. Attraverso il “Consiglio di Mutua Assistenza Economica” (comecon), infatti, l’Unione Sovietica poté scegliere i processi di produzione dei paesi satelliti in modo tale che questi risultassero complementari a quelli russi. La quantità ed i prezzi dei beni scambiati furono quindi rigidamente controllati dal potere sovietico; la Russia così conobbe presto un rapido sviluppo (la crescita produttiva, nei primi anni del dopoguerra, fu notevole).
Il Patto di Varsavia (1955) fu invece la risposta sovietica all’ingresso nella NATO della Germania Federale. Esso si configurò come organizzazione militare dei paesi comunisti dell’Europa orientale e conferì alla Russia il comando di tutte le forze militari dei paesi contraenti il trattato.
